Il fotografo serve ancora?
Titolo provocatorio per introdurre un’iteressante questione.
Nell’editoriale di aprile di “Tutti Fotografi” Paolo Namias si chiede come la tecnologia potrà influire non solo sul lavoro del fotografo ma anche sulla presenza decisionale del fotografo stesso. Questa riflessione si basa su una nuova tecnologia svilippata da Canon che rende possibile il controllo dell’inquadratura a distanza, permettendo così un possibile controllo “live” del lavoro del fotografo da parte di agenti esterni quali clienti, agenzie art-directors eccetera. Annullando di fatto la figura del fotografo e riducendola a quella di “portantino”. Già mi immagino la scena in cui un povero disgraziato con in mano una reflex si muove lentamente seguendo i “più su, no no più a destra, si ecco così” che gli arrivano da un auricolare, oppure un fotografo di guerra che si sente dire, magari nel mezzo di un conflitto a fuoco:”Hey avvicinati avvicinati! No, non così! Di più!” Inutile dire che quesi pensieri sono buffi se non addirittura grotteschi, ma non mi stupirei che qualcuno trovasse questa innovazione in qualche modo “gustosa”. Soprattutto per il fatto che vedendo per direttissima ciò che il fotografo vede si potrebbero evitare scatti inutili o “scandali” come quello delle foto manipolate (o sarebbe meglio dire photoshoppate alla cavolo) alla Reuters.
Ma in effetti, siamo davvero sicuri che l’utilità di uno scatto o la possibilità che sia un fake si possa ubicare solo alla radice dello scatto? Una esilarante e illuminante vignetta del fumetto “What the Duck” mi ha dato la risposta. A voi che dice?
Finalmente ho acquistato (approfittando del Photoshow) un